1946 – DOLORE INTIMO E UNIVERSALE “Con il piede straniero sopra il cuore” – La civile di Salvatore Quasimodo
E come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore…”. Recita coì l’incipit della famosapoesia “Alle fronde dei salici” del grande poeta Salvatore Quasimodo. Ma è il secondo verso quelloche il Premio Nobel per la Letteratura nel 1959 sceglierà per dare il titolo ad una raccolta di versi uscitanel 1946, esattamente ottanta anni fa, e che l’anno successivo, accresciuta di due testi, assumerà il nome definitivo che tutti noi conosciamo ovvero “Giorno dopo giorno”. Una raccolta intrisa di dolore e forgiata con il dolore di una nazione ridotta in macerie, l’Italia, uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, e che aveva conosciuto della guerra il volto più atroce e disumano soprattutto nel periodo della lotta di liberazione dal dominio nazifascista fra il 1943 e 1945 costellato di stragi, violenze, ma anche di limpidi atti di eroismo.
Un dolore intimo e universale allo stesso tempo impresso in modo indelebile nei volti e nel cuore di chiera sopravvissuto e che, ad esempio, l’allora nascente cinema neorealista cercava, senza filtri, di portare all’attenzione di un pubblico di spettatori che da lì in avanti non sarebbe stato esclusivamente nazionale.
Quasimodo non aveva preso parte direttamente alla lotta partigiana, ma lo fece imbracciando l’arma chepiù gli si addiceva in grado, a suo modo, di saper colpire al cuore delle coscienze come e, a volte meglio, di qualsiasi altro oggetto contundente: la poesia. .
Occorreva, però, produrre uno sforzo non indifferente nel cercare di narrare nel modo più equilibratopossibile, ma senza filtro alcuno, ciò che il conflitto aveva causato in termini di devastazione materiale e umana. Soltanto pochi anni prima, era il 1942, Quasimodo portava a compimento la sua esperienza all’interno della corrente letteraria dell’Ermetismo dando alle stampe “Ed è subito sera”. Proprio dalla sezione
“Nuove poesie” di “Ed è subito sera” il poeta siciliano era ripartito per utilizzare in “Con il piede straniero sopra il cuore” un linguaggio “nuovo”, più aperto e più alto, forte anche dell’esperienza della traduzione dei “Lirici greci” del 1940, consentendogli di poter raccontare ciò che accadeva attorno a lui e far arrivare in modo diretto la misura del conflitto interiore che attanagliava l’anima del poeta, ma anche e, in particolar modo, quella nazionale. Quasimodo, anche alla luce della sua splendida traduzione del Vangelo di Giovanni, per dare voce a colui il quale doveva essere il “protagonista” dei versi, la popolazione, ricorre al lamento degli ebrei deportati a Babilonia i quali, come riportato nel salmo 137 nell’Antico Testamento biblico, appesero le cetre alle fronde dei salici.
Ma se nel suddetto salmo assistiamo ad una popolazione assalita dallo sconforto e dal pianto e che sceglie la via del silenzio quasi come una resa, nella silloge del poeta siciliano non possiamo non notare una “rottura” e ce la restituisce i due versi conclusivi di “Alle fronde dei salici”: “anche le nostre cetre erano appese,/oscillavano lievi al triste vento.”
Quella oscillazione “lieve” diviene l’emblema di una nazione che vuoleriprendersi la propria voce perché non tollera più il giogo straniero e non vuole rimanere in silenzio. Leggere a distanza di ottant’anni queste poesie civili, anche sedisquisire su quali siano i contenuti che rendano o meno una poesia di genere “civile” oppure no richiederebbe un maggiore e più ampio approfondimento, alla luce dei conflitti in essere in aree geografiche prossime alla nostra può e deve essere uno stimolo alla riflessione sul ruolo di chi scrive in versi.
E leggerle a voce alta risulta un atto di coraggio verso tutte quelle popolazioni che, soprattutto oggi, come ad esempio l’Ucraina o i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, vivono con il piede straniero sopra il cuore e stanno “come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie” (“Soldati” di Giuseppe Ungaretti) ribadendo, così, la forza di quanto affermò Giuseppe Ungaretti in una intervista a proposito della guerra lui che l’aveva vissuta da combattente e da “spettatore”: “La guerra non libera mai l’uomo dalla guerra” e “La guerra rimarrà sempre l’atto più bestiale dell’uomo”.
STEFANO BALDINU
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