A luci spente, e possibilmente a cellulari spenti, in teatro si compie una magia. Sopra il palco succedono cose, attori entrano, parlano, recitano, ballano, cantano, le scene e i costumi cambiano, la storia si dipana. È la cosa più antica del mondo, nata quando l’uomo ha sentito la necessità di raccontare storie e trasmettere emozioni agli altri. Un attore, un pubblico. Dal cantastorie al teatro classico, dalla narrazione all’assenza di parole, dal teatro-danza al meta-teatro, il teatro funziona se ci sono attore e spettatore, anche solo uno per parte.
Lo spettatore di teatro non è mai passivo perché partecipa al fondamento arcaico del teatro vivendo di quel momento e di quell’empatia che si crea con colui che è in scena; l’attore vive della forza di quanto riesce a trasmettere al suo pubblico. In quel buio, quando la magia teatrale si sta compiendo lasciando la realtà al di fuori, si accende la luce di un’altra magia, quella di chi, il giorno dopo, porterà il teatro su un foglio di giornale: è il lavoro del critico teatrale. Lungi dall’esprimere un giudizio arbitrario e sintetico su quanto visto, il critico esplora con cognizione i messaggi di regista e drammaturgo, guarda puntigliosamente alla funzione di luci e scenografia, analizza le note di regia, per finire la sua serata a redarre un testo chiaro che possa servire al pubblico a decodificare meglio ciò che ha visto e permettere a ogni spettatore una visione approfondita sulla quale riflettere.
È un ruolo rischioso, perché spesso la critica è criticata di abbandonarsi a subdoli personalismi o scrivere dettata da simpatia e antipatia. Ebbene, si sappia che un vero critico è più che mai onesto e acuto, in quanto rispetta il peso che da immemore tempo ha il teatro sulla società. “Venite a teatro con la consapevolezza di essere mortali, per vivere f ino in fondo un’esperienza unica, viva, venite disarmati, venite in pace” dice Emma Dante rivolgendosi al suo pubblico, invitandolo a rilassarsi e godere del momento, perché al resto - aggiunge chi scrive - penserà il critico.
È in quel buio avvolgente del teatro, platea o palchetto che sia, che il giornalista svolge il suo ruolo: deve appuntare una frase, trascrivere un’emozione. Lo fa per i suoi lettori, lo fa per gli attori, lo fa anche per se stesso, lo fa per adempiere a un compito con dedizione e passione. Quando vedete una penna che si muove convulsamente sul taccuino, sappiate, cari lettori, che qualcuno sta lavorando in silenzio per voi, per farvi vivere di quel qui e ora anche quando la magia del teatro si sarà esaurita, quindi domani, dopodomani e per il tempo in cui le parole scritte su carta avranno valore e memoria.
Marina Mannucci
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