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Non Restare Chiuso Qui Pensiero - A Cura Di: Roberto Ciavarro

 Ricollegandomi ad un brano del noto gruppo musicale “Pooh”, traccio una breve storia del pensiero, più propriamente della libertà di pensiero. Inizio dalla Grecia, dalla città di Atene, in cui si sviluppò la polis, basata sulla libertà di parola e l’uguaglianza di fronte alla legge. Fu il centro del pensiero filosofico. Con la sconfitta nella Guerra del Peloponneso contro Sparta (404 a.C.) Atene perse l’ egemonia ma mantenne il suo prestigio culturale, diventando influenzabile dalle potenze esterne fino alla conquista definitiva da parte di Roma (146 a.C.). Nella storia la figura più famosa nel pensiero filosofico ateniese fu Socrate, accusato per il pensiero sovversivo da lui promosso.

E’considerato il primo e fondamentale martire del libero pensiero, avendo accettato la condanna a morte nel 399 a.C. piuttosto che rinunciare alla sua ricerca filosofica e alla verità. Socrate fu condannato a morte per mancanza di rispetto della moralità e per la corruzione dei giovani. 

Durante il periodo dell’Impero romano la libertà di espressione era anche strutturata in base al rango: mentre gli aristocratici potevano talvolta permettersi critiche forti tra di loro, le critiche da parte di persone di basso ceto erano severamente represse. 

La libertà di pensiero risentiva della stabilità politica e del prestigio dell'imperatore e parlare liberamente poteva diventare rischioso. Questo è un piccolo inciso, ma la storia da me tracciata inizia alla fine del XV secolo, età moderna che segue il Medioevo, epoca di profonde trasformazioni (rinascimento, rivoluzione scientifica ed industriale). Prima di tale data molte persone furono giustiziate dall’inquisizione (istituzione creata dalla Chiesa cattolica per indagare e reprimere l’eresia). 

Nel 1498 Girolamo Savonarola, frate domenicano e riformatore religioso fiorentino fu condannato al rogo a Firenze per motivi religiosi e politici, prima scomunicato da Papa Alessandro VI. Furono giustiziati, come miscredenti ed eretici, atrologi, teologi accusati di non credere ai dogmi e di sostenere per l’epoca idee rivoluzionarie. Riporto nell’articolo alcuni casi rilevanti di quell’epoca: Galileo Galilei (1564-1642) non fu giustiziato ma processato dall’inquisizione. 

Aveva sostenuto la rotazione di tutto il sistema planetario intorno al sole e fu costretto ad una rinuncia libera e perpetua del proprio pensiero vincolata da un giuramento. Tommaso Campanella (1568-1639), filosofo, evitò il rogo, facendosi passare per pazzo, dopo aver subito la tortura ed il carcere per le sue idee. Un altro filosofo ed astronomo giustiziato fu Giordano Bruno, accusato per aver sostenuto l’idea di un universo senza centro e né confini, popolato da mondi infiniti. 

Fu condannato al rogo ed arso vivo a Piazza Campo de’ Fiori, sotto il pontificato di Papa Clemente VII (nel 1889 sulla piazza venne installata una statua di bronzo per ricordare il filosofo). Per fare un riferimento letterario, il poeta Trilussa scrisse un sonetto dal titolo “Giordano Bruno”: Fece la fine de l’abbacchio ar forno/ perché credeva al libero pensiero/perché se un prete je diceva “E’ vero”, lui rispondeva “Nun è vero un corno!”/Co’ quel’idee, s’intenne, l’abbruciorno/ pe’ via ch’er Papa, allora, era severo/mannava le scomuniche davero, e er boja stava all’ordine der giorno/Adesso so’ antri tempi! Co’ l’affare ch’er libbero pensiero sta a cavallo/nessuno pò fa più quer che je pare/In oggi, co’ lo spirito moderno/se a un Papa je criccasse d’abbruciallo/pijerebbe l’accordi cor Governo. Il poeta Trilussa evidenzia che all’epoca di Giordano Bruno c’era il predominio papale e nel 1909 quando scrive il sonetto il Papa “pijerebbe l’accordi cor Governo”.

Nel XVII secolo, per Roma, cuore dello Stato Pontificio, le esecuzioni capitali pubbliche (pena di morte) erano considerate come punizioni per reati gravi gestite da un boia dello Stato Pontificio nei luoghi come Ponte S. Angelo, Piazza del Popolo, Campo de’ Fiori. 

La decapitazione, inizialmente, era eseguita con spada o con mannaia. Le esecuzioni erano precedute spesso dalla processione del condannato e dalla confessione pubblica. 

Alla fine del 1700 si passò all’uso della ghigliottina. Il boia più famoso di Roma fu Mastro Titta ( Giovanni Battista Bugatti 1779-1869) che eseguì più di 500 condanne a morte. Le sue esecuzioni si collocano nel periodo turbolento delle repubbliche giacobine in Italia, dopo la caduta della Repubblica Romana. 

Le repubbliche giacobine si ispiravano al modello repubblicano francese e quindi erano sottoposti alla Francia con una autonomia limitata. Furono governate da giacobini italiani, patrioti che speravano di realizzare i propri ideali di libertà con l’aiuto dei francesi. 

Ricordiamo Ottavio Cappello, legato alla setta degli illuminati avignonesi, impiccato nel 1800 per aver tentato una rivoluzione per armi proibita ed un altro rivoluzionario italiano Gregorio Silvestri, reo convinto di cospirazione. 


Queste esecuzioni erano aperte al pubblico e per i padri che assistevano all’esecuzione era rituale dare uno schiaffo al proprio figlio maschio che serviva a far capire al giovane la gravità delle conseguenze derivanti dalla violazione della legge e dei precetti religiosi. Con l’Unità d’Italia (1870) la pena di morte rimase in vigore a Roma. 


Fu esteso il codice penale del Regno di Sardegna che manteneva il patibolo. Fu abolita ufficialmente in tutto il Regno, compresa Roma, nel 1889 ( approvazione Codice Zanardelli- che abolì la pena di morte, sostituita dall’ergastolo). Venne reintrodotta durante l’epoca fascista (1926), applicata per reati politici e gravi, prima di essere cancellata dalla Costituzione Italiana nel 1948. 


Nel 1992 Papa Giovanni Paolo II ha ammesso gli errori della Chiesa nel processo del 1633 a Galileo Galilei, chiudendo formalmente il caso.


Il Papa ha riconosciuto la grandezza di Galileo come scenziato e credente ed ha ammesso che la giustizia del periodo storico l’autonomia legittima della scienza. Per quanto riguarda il caso relativo a Giordano Bruno, sebbene Papa Giovanni Paolo II abbia espresso rammarico per la brutale morte sul rogo (1600), la Chiesa ha dichiarato che le idee del filosofo erano incompatibili con il pensiero cristiano. 

In sintesi, la Chiesa ha operato una distinzione tra l’errore scientifico commesso contro Galileo, non condividendo l’ideologia di Giordano Bruno, considerandolo eretico. 

Per quanto concerne il Vaticano, la pena di morte è rimasta formalmente nei testi di legge per attentati al Papa ed abolita nel 2001 da Papa Giovanni Paolo II.

In conclusione, ho scritto nel titolo dell’articolo ” Non restare chiuso qui pensiero…” perché, in un certo qual modo, il sacrificio di queste persone ha aperto la strada per la liberta di espressione moderna. 

Ci sono comunque dei limiti legislativi ricollegabili all’articolo 21 della Costituzione Italiana che sancisce il proprio diritto di pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione. 

Sottolinea che la stampa non può essere soggetta a censure o autorizzazioni, vietando pubblicazioni contrarie al buon costume. Nella libertà di espressione cìè un grande passo avanti rispetto al passato perché tutti hanno il diritto di diffondere le proprie opinioni , convincimenti politici o religiosi, verso soggetti indeterminati. 

Con lo sviluppo tecnologico ed informatico è diventato ancora più vasto il campo della parola e dello scritto e fare un piccolo esempio, altrimenti si entrerebbe in un mondo tutto da analizzare, anche tramite l’utilizzo del “web” si può scrivere molto, ma non tutto. 

La libertà di espressione trova dei limiti giurisdizionali, soprattutto quando si superano le soglie del decoro, della verità e della reputazione altrui.

Chiudo con un aforisma di George Orwell, famoso scrittore del ‘900 ed una frase di Papa Francesco

“Se si elimina la libertà di parola, le facoltà creative inaridiscono”.

Ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune.



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