Gabriele D’Annunzio ha incarnato, nella sua epoca, un vero e proprio fenomeno culturale che ha affascinato l’immaginario collettivo e influenzato profondamente la letteratura italiana, contribuendo significativamente a plasmarla e segnando, al tempo stesso, un punto di rottura con la stessa attraverso la sua personalità poliedrica, le sue scelte di vita e la sua arte.
Appartiene, questo grande abruzzese, al movimento culturale del Decadentismo, che concepisce l’Io non più come Soggetto universale operante nella Storia (come avveniva per esempio nel Romanticismo), ma ripiega in se stesso, nella sua unicità, e si ritrova solitario nel mondo, chiuso nel suo soggettivismo.
È, questa, una concezione della vita che porta all’irrazionalismo, all’allontanamento dalla fede religiosa, ma anche dai valori dell’etica e della tradizione, e il mondo, in opposizione anche alla filosofia del positivismo, al clima di fiducia nell’evoluzione tecnico-scientifica e alle ingiustizie della società borghese, è visto come un qualcosa di misterioso e impenetrabile e la storia come un susseguirsi di ombre vane, dove manca la luce della provvidenza e della razionalità. In D’Annunzio, però, il Decadentismo assume una sfumatura particolare e il soggettivismo si estremizza in una esaltazione dell’io volto a realizzare se stesso contro e fuori della storia.
E diventa “estetismo”, che è culto della parola raffinata (l’arte per l’arte), ma che si traduce anche in un vivere inimitabile: un vivere che l’uomo comune non può condurre, che D’Annunzio mise in atto, e che significò disprezzo per le masse, per poi sfociare nel concetto (pericoloso) di super-uomo e di super-nazione.
Estetismo e culto della bellezza, superomismo, tematiche e sensibilità legate a un nuovo modo di intendere l’esistenza: sono, questi, tutti fattori che, uniti allo sperimentalismo linguistico, pongono la poetica dannunziana in dicotomia col passato; pur tuttavia convivono, nel nostro, tanti elementi legati al Classicismo antico (purezza espressiva, ripresa di miti, ecc.), alla nostra tradizione letteraria (la cura per la forma che ricorda Petrarca, il senso della visione epica del mondo che richiama Dante, ecc), al Romanticismo (titanismo), che lui riesce a coniugare col nuovo.
Non potendo, in questa sede, esaminarli tutti, mi limiterò ad analizzare le modalità che il grande pescarese ha seguito nella scrittura poetica. Mi riferisco in modo specifico alla metrica, ricorrendo D’Annunzio, fin dalle opere giovanili, a molti formati del passato, non solo della letteratura italiana, ma anche di quella greco-latina. Come in “Primo vere”, raccolta poetica che D’Annunzio compose, sedicenne, nel 1879, dove compaiono, sul modello carducciano, il distico elegiaco, la strofa alcaica e la strofa saffica. Metri usati anche in opere successive, sempre giovanili, come “Canto Novo” e “Intermezzo di rime”.
In queste ultime due, e poi in “L'Isottèo e la Chimera” e in “Elettra”, D’Annunzio fece ampio ricorso ai sonetti, regolarmente rimati nelle quartine e nelle terzine secondo lo schema classico, e nella forma reinterzata unendo agli endecasillabi i settenari. Anche le terzine dantesche furono molto usate da D’Annunzio, in “Canto Novo”, nel “Poema Paradisiaco”, nelle “Laudi”, con l’aggiunta, qua e là nelle opere, delle quartine, delle sestine, dell’ottava e anche della nona rima. Quest’ultimo formato, usato già nel XIII secolo in un poemetto anonimo dal titolo “L'Intelligenza” e ripreso poi, tra il sette, l’otto e il novecento, da poeti come Giusti, Marradi e Pasolini, D’Annunzio lo usa secondo lo schema ABABABCCB.
Altri metri usati da D’Annunzio sono il novenario, il decasillabo, l’endecasillabo sciolto, e anche il dodecasillabo e il verso di tredici sillabe. Un esempio lo troviamo nella “Sera fiesolana”, un polimetro in cui D’Annunzio usa tali versi non sempre seguendo l’accentazione metrica italiana, ma con l’intento di riprodurre l’andamento della prosodia greca. Altri formati classici rinvenibili nelle opere dannunziane sono la ballata e la canzone, che si possono leggere, rispettivamente, in “Isottèo e la Chimera” e in “Elettra”, e, nelle stesse opere, le cantate, composte in senari doppi e anche in quartine di settenari a rima incrociata cui seguono sestine di settenari sul modello della sestina gozzaniana.
Come si può vedere, D’Annunzio usa una metrica molto varia, in linea con la tradizione, ma anche discostandosi dal versificare classico nell’uso di un tipo di metrica detta libera, che non va confusa col verso totalmente libero come in tanta poesia del Novecento e odierna, ma che riguarda composizioni caratterizzate dalla “strofa lunga”. Se si esamina, per esempio, la “Pioggia nel pineto”, troviamo in questa poesia versi ternari, quinari, senari, settenari, ottonari, novenari, disposti in strofe da trentadue versi ciascuna, quindi lunghe, e dove le figure retoriche delle rime, delle assonanze, ecc., rendono molto musicale il componimento.
E di figure retoriche D’Annunzio fa largo uso in tutto il suo versificare: figure di significato, quali la metafora, la perifrasi, la personificazione, la similitudine, la sineddoche, la sinestesia, ecc.; di posizione, quali l’anafora e il polisindeto; e di suono, come l’onomatopea e l’allitterazione. Anche sotto questo profilo lui rispetta la tradizione e, insieme, rompe col passato dimostrandosi innovativo, perché, come sopra si è sottolineato, le sue opere si distinguono per l’utilizzo di un linguaggio molto ricco di fascino e di armonia, in linea coi canoni dell’estetismo e col concetto “l’arte per l’arte”.

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