E' ormai un sentire condiviso che nella società odierna, per molti dei suoi aspetti regolata ormai dai “big data”, la vita si riveli a noi un’esperienza più angustamente vincolata che liberamente vissuta. Se ne avverte infatti con sempre maggiore smarrimento la natura oltremodo frenetica e assillante, se ne patisce il crescente efficientismo e la conseguente riduzione degli spazi da dedicare alla riflessione personale, alla ricerca di sé. Altra illustre vittima dell’oggi è la memoria, anch’essa sacrificata – a partire dall’istruzione scolastica – sull’altare delle soffocanti urgenze del presente, degli obiettivi produttivi da soddisfare, di un tempo sempre più compresso che trascina nel suo vortice l’intera nostra esistenza. Per resistere al malessere di siffatta modernità, al sacrificio del tempo e della memoria, all’alienante distrazione da noi stessi, sempre più incerti su chi siamo e chi vogliamo essere, i rimedi a disposizione appaiono in verità scarsi.
Tra i pochi ausili in grado di soccorrerci, tuttavia, la lettura dei classici sembra poter rappresentare per più ragioni un antidoto efficace alle ingiurie del moderno. Proprio i classici, quei campioni della letteratura sopravvissuti alla damnatio memoriae e dunque ancora vitali, poco importa se per meriti propri o per lasciti ereditari di altre epoche, ma che per qualche motivo ancora onoriamo. Ebbene sì, un classico può darci conforto; ciascuno di essi è infatti uno scrigno che conserva una memoria del mondo, è un testimone eloquente e duraturo di civiltà passate e presenti, ci aiuta a capire da dove veniamo, come pensiamo. Saremmo oggi forse gli stessi, e uguale la nostra coscienza del mondo, senza Dante, Cervantes e Shakespeare, senza Proust e Tolstoj e Dostoevskij, o privati di Leopardi, di Manzoni, di Pirandello, di Svevo (per dire solo di alcuni)?
Nulla più della lettura dei classici, a ben riflettere, ci aiuta a prendere la giusta distanza dal mondo e a guardarlo con spirito critico. Un classico è infatti, per sua propria essenza, una creazione che resiste al momento, permettendo al lettore di sottrarsi al vincolo dell’ora, di distanziarsi dal mondo restando al tempo stesso (ma criticamente) nel mondo. È così che, frequentando i classici, possiamo tentare di sottrarci al disagio di una civiltà che ci esige docilmente sottomessi ai propri imperativi e inibiti ad altro. Ma sottrarsi al torpore del moderno e coltivare lo spirito critico, dono incomparabile dei classici, è anche premessa (e promessa) di autentica libertà intellettuale e morale.
Non diventa infatti davvero libero, secondo l’antica sapienza greca, solo colui che riesce nella propria vita a riconoscere e ad assecondare il proprio “demone”? E come altrimenti si potrebbe, come raccomanda quell’ antica sapienza, diventare “ciò che si è”, se non interrogando quei testi che per noi contano, che eleggiamo a nostro canone e che per questo definiamo “classici”? I quali – sia detto per incoraggiare alla loro lettura le giovani generazioni, spesso vittime di una scuola che sembra per lo più marciare in senso contrario – possiedono un ulteriore requisito, che con la libertà ha una stretta assonanza: allargando i confini del nostro mondo, i classici hanno il potere di stimolare la nostra fantasia e, con essa, la nostra creatività. Doti, queste, che sole ci costituiscono come individui unici e irripetibili. Doti, tuttavia, imperdonabilmente sottovalutate oggi, perché non funzionali agli apparati che ci impiegano, e troppo spesso tradite quando delegate alle macchine, trascurando che l’intelligenza artificiale possiede sì un linguaggio (utile e però disincarnato), ma il suo logos non nasce da un pathos, com’è invece per gli umani. Mentre sappiamo che ogni creazione dell’arte e del pensiero scaturisce da intuizioni, da un sentire dell’animo che i classici, come poche altre sorgenti di senso, concorrono ad alimentare.
Per tutto ciò la loro lettura è un bene prezioso.
SONIA GIOVANNETTI
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