La storia parte da lontano.
Nel 1978 Foucault, in alcuni reportage da Teheran, volle difendere
la Rivoluzione Islamica prossima a venire perché era una forma di
resistenza all’Occidente, una frattura storica, la rottura di un ordine.
Certo non poteva prevedere la successiva involuzione di quella
Rivoluzione, ma quella presa di posizione nasceva
da un equivoco ideologico e trascurava il problema dell’universalismo
di alcuni valori, a prescindere da dove sono nati.
Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, ricordava infatti uno
slogan dalla prima manifestazione delle donne, nel 1979, contro la
fatwa di Khomeini sull’obbligo del velo, quando migliaia di donne
iraniane scesero in strada a Teheran: “La libertà non è né occidentale
né orientale. La libertà è universale”.
Perciò ritenere che sia occidentale il movimento di opposizione che
periodicamente scuote il regime è per lei assolutamente paternalistico.
Ora, non ha senso stilare classifiche tra le civiltà sparse sul globo o rivendicare qualche primato etnico.
La stessa idea di democrazia, ci spiegava Amartya Sen, non è eredità esclusiva dell’Occidente: il metodo di
governare attraverso la discussione, l’esercizio della ragione pubblica, è stato sperimentato lungo la Storia
in vari continenti (India, Sudafrica del giovane Mandela, il mondo arabo dove emigrò il filosofo ebreo
Maimonide in fuga dall’Europa intollerante….). Però credo si possa sostenere che la civiltà europea, ad onta
dei suoi molti crimini – dalle crociate ai genocidi – contiene una promessa non tanto e solo di libertà quanto
di liberazione.
Certo, si tratta di una promessa da essa stessa disattesa in una gran quantità di casi. La stessa Nafisi osserva
che Trump e gli ayatollah hanno una forma mentis comune: contrabbandano per realtà i loro deliri ideologici.
Però quella promessa una volta fatta sta lì, indelebile, pronta a deflagrare: e ognuno è chiamato tacitamente
a rianimarla.
Ma c’è un punto che in questo momento mi pare decisivo.
Si tratta di una promessa che risplende più nelle opere letterarie che nelle costituzioni, nelle leggi e nelle
dichiarazioni dei diritti. Prendiamo proprio Lolita a Teheran di Azar Nafisi, ma analogo discorso si potrebbe
fare, pensando alla Cina, per Balzac e la Piccola Sarta cinese di Dai Sijie, dove dei ragazzi costretti alla
“rieducazione” dalla Rivoluzione Culturale prendono coscienza di sé attraverso i libri di Balzac scoperti
dentro una valigia (entrambi pubblicati da Adelphi).
Azar Nafisi dopo la Rivoluzione Islamica e l’imposizione del velo alle donne lascia l’insegnamento universitario e fa un seminario privato con le sue migliori studentesse, commentando e discutendo quattro romanzi: Il grande Gatsby di Scott Fitzgerald, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Daisy Miller di Henry James e appunto Lolita di Nabokov. In quel seminario viene riscoperto il nucleo sovversivo che possiede ogni opera letteraria e cioè: abitudine a coltivare l’empatia, sviluppo dell’immaginazione morale, contestazione all’ovvietà dei cliché.
Qualcuno sostiene che la letteratura sempre crea consenso e ci abitua ad adattarci ai ruoli sociali.
In parte è vero, tuttavia ignora quel nucleo sovversivo, segretamente emancipativo. Ora, l’impatto della letteratura occidentale sulla gioventù iraniana è evidentemente favorito dall’essere quello iraniano un popolo profondamente colto, abituato alla lettura e al dialogo, anche se proprio lo stato teocratico ha provato in tutti i modi a deprimere la loro stessa tradizione (basti pensare agli immensi Rumi, Hafez e Firdusi), appiattendola univocamente sul Corano. Una testimonianza di ciò è lo straordinario cinema iraniano attuale:
i Panahi, Farhadi, Kiarostami, Rasoulof (alcuni rimasti in patria, e perseguitati altri fi niti della diaspora).
Le ragazze e i ragazzi scesi in piazza contro il regime rischiando la vita, protestano certo contro il carovita e l’impoverimento crescente e ingiustifi cato della popolazione. Ma molti di loro son stati contagiati dal messaggio di liberazione contenuto nei libri occidentali che hanno letto. Può darsi che Azar Nafisi – come la sua omologa cinese - abbiano colpevolmente ignorato la tradizione letteraria autoctona, quella ricchissima dei due loro paesi (e in ciò sono stati perfino accusati di neocolonialismo!).
Mica l’Occidente ha il monopolio di quel messaggio.
Però è anche vero che il grande romanzo occidentale (polifonico, realistico-visionario, ironico), almeno dall’ ’800, ha saputo riformulare attraverso un linguaggio vibrante, immediatamente comprensibile a tutti, e attraverso una mitologia interamente moderna, alcune verità - sulla condizione umana - depositate nelle grandi tradizioni culturali, ma divenute quasi inaccessibili. Il giornalista dissidente e reduce della
Akbar Ganji – per cinque anni in carcere -, alimenta il proprio dissenso citando Kant e Spinoza, e attingendo al meglio della propria tradizione culturale.
L’Iran troverà il proprio modo di essere “moderno” – un modo unico, insostituibile – cercando ovunque, in qualsiasi tradizione, dei valori “universali” (cosa sottovalutata da Foucault) su cui costruire la comunità futura: tolleranza, diritti umani e civili, uguaglianza, libertà individuali, benessere diffuso e cognizione del limite.
Scendiamo in piazza con il popolo iraniano senza perplessità! E per una volta sola senza vergognarci di essere occidentali. L’Occidente non è solo Barbie e MacDonald’s (e anzi a proposito di entrambi esso stesso ha prodotto una critica radicale!).
Scendiamo in piazza pensando anche alla frivola, trasgressiva Daisy, di Henry James alla seduttiva, lunatica Lolita di Nabokov e alla impertinente, scandalosa Elizabeth Bennett di Jane Austen!
FILIPPO LA PORTA

Comments
Post a Comment